Indice. Parte 2/2- Gli album
- Hawkwind (1970);
- In Search of Space (1971);
- Doremi Fasol Latido (1972);
- Space Ritual (Live, 1973);
- Hall of a Mountain Grill (1974);
- Warriors on the Edge of Time (1975);
- L’epoca di Robert Calvert (1976–1979).
- Dagli anni ’80 in poi, brevi(ssimi) cenni.
—————————————————————————————————————
Si diceva, nello scorso post, che avrei chiuso il giro con questa band entro un giorno. In realtà è passata una settimana, ma facciamo finta di nulla
Avvertenze: segue altro post oceanico. Oh, io sono privo del dono della sintesi.
E rieccoci quindi con la seconda parte di questa specie di monografia, quella in cui faremo una carrellata dei loro migliori album e qualche vago accenno ai lavori successivi rispetto alla loro epoca d’oro.
Hawkwind (1970)
Line up
- Dave Brock - Chitarra, tastiere, voce
- Nik Turner - Sassofono, flauto, voce
- Huw Lloyd-Langton - Chitarra, voce
- John Harrison - Basso, voce
- Dik Mik - Sintetizzatore
- Terry Ollis - Batteria
Il primo album della band ha due caratteristiche che vanno fatte notare.
La prima caratteristica sta nel fatto che a livello di stile questo disco fa parzialmente storia a se. In questo momento della loro storia gli Hawkwind sono ancora lontani dalla formula che avrebbe fruttato loro il successo e si possono riscontrare, abbastanza facilmente, rimandi ai Pink Floyd e alla psichedelia dei Jefferson Airplane e dei Greateful Dead. Si tratta in sostanza di un album che appartiene più al rock psichedelico (con qualche elemento folk) che non allo Space Rock.
La seconda caratteristica sta nel fatto che fu un flop di quelli considerevoli. Cosa che spinse poi il gruppo ad apportare dei cambiamenti e infine ad approdare alla formula che avrebbe regalato loro il successo negli anni a venire.
Eppure, flop o non flop, resta oggi un album piacevole a cui vale la pena di dare almeno un ascolto. Ma andiamo con ordine.
Hurry on Sundown ha l’onere di aprire il disco e altro non è che un rock lisergico arricchito da alcuni inserti vagamente country-folk. Il brano di certo non impressiona e sembra più una concessione alle mode dell’epoca, ma il suo andamento ossessivo, alternato a parti più morbide e fatto di versi ripetuti allo sfinimento ci dice già molto di quello che sarà lo stile della band e fotografa chiaramente le idee compositive di Brock.
L’album vero e proprio parte dal brano successivo, ossia da The reason is? Questa è una psichedelia oscura, assolutamente malata e profondamente Floydiana al punto da sembrare un estratto da Ummagumma.
Ma è solo un antipasto a quanto arriva con Be Yourself . Il brano, di struttura circolare, viene poderosamente aperto dalla stessa linea di batteria di A Saucerful of Secret (salvo poi uno sviluppo ovviamente differente e il piglio molto aggressivo di Ollis), tagliato a metà da un assolo “elettrico” del sax di Nik Turner (che imita qui, a modo suo, un assolo di chitarra), innalzato poi alle stelle da una chitarra prorompente il cui stile è a metà tra il primo Gilmour e Hendrix e beneficiato dal lavoro di DikMik alle tastiere.
Il brano presenta, nel finale, uno strano accordo. Un sentore a metà tra il delirio, l’ossessivo e il malato. Si tratta di un accenno a ciò che segue, ossia la mini-suite pucciata in acidi pesanti intitolata Paranoia. La fonte di ispirazione sembra ancora essere Ummagumma dei Pink Floyd. Se i Pink Floyd fossero stati TUTTI strafatti di acidi e in preda a inquietanti paranoie. Il brano può piacere o meno, ma dobbiamo ammettere che rendere meglio il concetto espresso dal titolo senza fare ricorso al cantato (qui assente) è difficile.
Capiamoci:
Bene, usciamo dal trip disturbante e passiamo alla vera perla dell’album.
Bene, usciamo dal trip disturbante e passiamo alla vera perla dell’album.
Seeing it as you Really Are è senza dubbio l’episodio migliore del lotto. 10:48 minuti in cui il rock duro sposa a meraviglia la psichedelia dei Greateful Dead in una poderosa cavalcata acida dominata dagli effetti chitarristici di Dave Brock e beneficiata di un altro assolo di Lloyd-Langton (qui ancora debitore di Jimi Hendrix).
Chiude Mirror of illusion, richiamo stilistico di Hurry on Sundown e dalle tinte tendenzialmente pop. Come per il primo brano del disco risulta essere gradevole ma non indimenticabile e, cosa non trascurabile, dura forse troppo rispetto al contenuto offerto. Si fa ascoltare, ma non necessariamente conquista un posto nel cuore dell’ascoltatore.
L’album è finito. Ma nell'edizione rimasterizzata pubblicata nel 1996 troviamo quattro brani extra. Tra tutti è da notare la cover di Cymbaline. Si tratta di un riarrangiamento di ottima fattura e con il quale Brock si prende la briga di dare al brano un tono molto più morbido e caloroso. A costo di rovinarmi la nomea mi permetto di dire che trovo questa cover azzeccata e calzante almeno quanto la versione originale.
Riassumendo: non siamo di fronte ad un capolavoro, ma ci sono almeno due brani notevoli (Ber Yourself e Seeing it as you really are) e svariati motivi di interesse.
In Search Of Space (1971)
Line up:
- Dave Brock - Chitarra, tastiere, armonica, voce
- Nik Turner - Sassofono, flauto, voce
- Del Dettmar - Sintetizzatore
- Dik Mik - Sintetizzatore
- Dave Anderson - Basso, chitarra
- Terry Ollis - Batteria
Il primo album, come si diceva, fu un flop considerevole.
Eppure Brock e compagni non si diedero per vinti e riuscirono, tra il 1970 e il 1971, a consacrarsi davanti al grande pubblico grazie alle notevoli doti nella dimensione live. La band guadagnerà infatti una fama notevole grazie ad estenuanti esibizioni della durata di diverse ore e a numerosi spettacoli gratuiti (che rimarranno una costante anche negli anni a venire).
Tale lavoro è destinato a dare frutti e infatti gli Hawkwind riscuoteranno tale credito con la pubblicazione del loro secondo disco, al secolo “In Search of Space”, primo vero poderoso spaccato di Space Rock e, diciamolo subito, album oggettivamente di qualità e storicamente significativo.
Si parte dall'estenuante, mitico e selvaggio brano-manifesto “You Shouldn't Do That”, 15 minuti di musica quasi integralmente strumentale e strutturata su due soli accordi, poggiata su una batteria martellante e dominata da una straniante e interminabile jam session in cui sassofono e chitarre salgono di tono e si prendono il ruolo di protagonisti. Basterebbe questo brano a nobilitare l’intero disco, ma non finisce qui. Anzi.
Sullo stesso modello dell’opener arriva “Masters of the Universe”, altro grande classico della loro discografia, anch'esso dominato una jam session e attraversato da un synth che va a riprodurre il rumore dei motori di un’astronave e creando così un’atmosfera di assoluto impatto.
Impossibile poi non apprezzare le aperture sognanti di "You Know You're Only Dreaming" (altro brano quasi integralmente strumentale) e le due acustiche "We Took The Wrong Step To Go" e “Children of the Sun” (brano dalle marcate derive Sabbathiane posto a chiusura del disco).
L’album sarà inoltre coronato dal successo commerciale arrivando al 18° posto della classifica britannica e conquistando negli anni anche il Disco d’Oro.
Doremi Fasol Latido (1972)
Line up:
Dave Brock – Chitarre (acustia, elettrica, 12 corde), voce
Nik Turner – Sassofono, flauto, voce
Lemmy – Basso, chitarra acustica, voce
Dik Mik – Sintetizzatore
Del Dettmar – Sintetizzatore
Simon King - Batteria
Il tour promozionale di “In Seach of Space” fu un grande successo alla luce di tre ragioni totalmente distinte:
- la qualità delle esibizioni della band, capace di suonare per 4–5 ore e trasformare qualunque brano in una lunga jam;
- le scenografie futuristiche e al tempo innovative;
- Stacia, che solitamente si esibiva completamente nuda. Se suona maschilista è perchè lo è. Giova ricordare che il discorso di genere negli anni ’70 era in evoluzione all'interno di una società più sessista di quella attuale (che pure non scherza, anzi!). Va inoltre SEMPRE ricordato come il Rock nella sua forma originale fosse un genere pensato da maschi per altri maschi. Non è difficile rendersene conto. Guardate il look di Roger Daltrey e Robert Plant e leggete i testi di molti brani dell’epoca e successivi (compreso una grossa fetta di quello che sarà l’Hair Metal).
A titolo esemplificativo basta citare il leggendario concerto tenuto dalla band al The Roundhouse di Londra, occasione nella quale suoneranno quasi ininterrottamente dalle 3 di pomeriggio e fino a mezzanotte e nella quale eseguiranno dal vivo il loro più grande successo commerciale, ossia Silver Machine, singolo capace di arrampicarsi fino alla terza posizione della classifica britannica.
La band, che ha nel frattempo accolto Simon King e Lemmy, vive uno stato di grazia irripetibile e sforna di li a poco il primo album capolavoro.
“Doremi Fasol Latido” arriva quindi in uno dei momenti migliori della band e quando la stessa presenta il suo migliore line-up di sempre. Si nota. Accidenti se si nota!
L’album è un concept fantascientifico che narra di una viaggio interstellare compiuto dal popolo degli Hawkwind (un pelo autoreferenziale. ma passiamo oltre). Venne scritto da Brock in collaborazione con il “vate” Calvert e presenta una trama piena di riferimenti alla filosofia hippy.
Ma soprattutto è un album che parte fortissimo, spazzando via l’ascoltatore con la lunga e massacrante “Brainstorm”, brano aperto da un furioso mood hard-rock e completato dal solito delirio fatto di improvvisazioni di sassofono, chitarre e sintetizzatori sostenuti dal mitragliamento quasi autistico della batteria. Fa impressione notare come tale brano rispecchi al tempo stesso il concetto di Space Rock e apra la strada al Punk, genere ancora a venire ma del quale Brainstorm anticipa potenza e irruenza.
Ma non c’è solo durezza in questo disco e infatti ecco arrivare l’ancora di salvezza per l’ascoltatore più moderato. La stupenda “Space is Deep” rientra tra le migliori canzoni mai scritte dalla band. Un inizio etero accompagnato da una chitarra acustica introduce l’ascoltatore ad una dimensione più quieta ed emozionale per poi sorprenderlo con un assolo di tastiere di bellezza disarmante. Space is Deep è, tanto per essere schietti, una piccola perla da conservare con cura.
(e questo video amatoriale e NON ufficiale è bellissimo. Gli ultimi 3 minuti raccontano gli anni ’70 meglio di milioni di film e documentari)
(e questo video amatoriale e NON ufficiale è bellissimo. Gli ultimi 3 minuti raccontano gli anni ’70 meglio di milioni di film e documentari)
Tocca poi a Lemmy mettersi in mostra con un poderoso giro di basso nella successiva“Lord of Light”, altro classico intramontabile della band e brano dall'approccio poderosamente metal (e quindo molto ante litteram).
Nell'altalena sonora ed emotiva di Doremi trovano spazio altre perle. È, per dire, il caso dell’acustica ”Down Through the Night", ove la chitarra degrada gradualmente verso atmosfere sempre più oscure e cupe trascinandosi dietro l’ignaro ascoltatore.
Ma nel viaggio stellare che stiamo intraprendono non c’è spazio per indugi e allora ecco che "Time We Left This World Today" spazza nuovamente via quei viaggiatori cosmici che si erano adagiati e accomodati. Questo è un brano che, ad oggi, fa assolutamente impressione. Non solo per lo stile e per l’esecuzione, ma in ragione del fatto che questo brano è stato scritto nel 1972, cosa che appare davvero straordinaria.
Time We Left This World Today è, nel mood complessivo del disco, l’equivalente di una scarica di artiglieria. Dialoghi tra sax e synth, un giro di basso semplicemente perfetto e inesauribile e una montagna di distorsioni spiazzano anche il più navigato degli appassionati di Rock.
Diavolo: questo pezzo avrei voluto scriverlo io!
Il viaggio giunge quindi alla fine ed è Lemmy ad accompagnarci, con tanto di chitarra acustica (!), nell'ultimo tratto con la breve e (volutamente) stanca The Watcher. Semplice ed evocativa e capace di lasciarti quasi un senso di scoramento addosso.
Un album bellissimo, stranissimo e unico. Per molti l’apice di tutta la loro carriera.
Commercialmente l’album va incontro ad un grande successo e si arrampica fino alla 14° posizione.
Qualche tempo dopo, il 27 luglio del 1973, la band rilascerà poi un nuovo singolo, dal titolo Urban Guerrilla scritto e cantato da Robert Calvert. Assolutamente ascrivibile alla categoria proto-punk questo singolo andrà incontro ad un iniziale successo salvo poi essere ritirato dal mercato a causa dei suoi contenuti inneggianti alla guerriglia urbana. Prima di esprimere pareri negativi riguardo alla decisione del ritiro è opportuno ricordare che quella del 1973 fu un’estate segnata dagli attentati dell’IRA a Londra.
Space Ritual (1973)
Line-up:
- Robert Calvert – Voce
- Dave Brock – Chitarra, voce
- Nik Turner – Sassofono, flauto, voce
- Lemmy - Basso, voce
- Dik Mik - Sintetizzatore
- Del Dettmar - Sintetizzatore
- Simon King - Batteria
E poi venne il giorno del capolavoro.
Space Ritual è un monumentale doppio album dal vivo, impostato come un concept, intervallato da alcuni evocativi stacchi letterari recitati da Calvert (alcune poesie scritte da lui e stralci scritti da Moorcock) e senza ombra di dubbio il vero capolavoro della band.
L’album oscilla tra efferati massacri, fiumi di acciaio liquidi, sfuriate punk ante-litteram, momenti onirici, viaggi spaziali, allucinazioni da acidi, momenti toccanti e intimi, folli improvvisazioni e lunghi momenti strumentali.
Per capire il livello di questo disco basta ascoltare tre brani. La furiosissima opener“Born to Go” con il suo lunghissimo assolo di chitarra (cinque minuti!), la versione iperpotenziata di “Brainstorm” e la splendida resa di “Down Through the Night”che assurge qui a nuova gloria.
Space Ritual meriterebbe una recensione a parte, ma in questa occasione è sufficiente dire che si tratta di uno dei migliori live del decennio.
Commercialmente il disco va alla grande e arriva al 9° posto.
Ma prima di chiudere il discorso….
“We were born to goooooooooo!!!!!!!!!! we're never turning baaaaaaack!”
“We were born to goooooooooo!!!!!!!!!! we're never turning baaaaaaack!”
Hall of a Mountain Grill (1974)
Line-up:
- Dave Brock – Chitarra, sintetizzatore, organo, armonica, voce
- Lemmy - Basso, chitarra, voce
- Simon House - Sintetizzatore, mellotron, violino
- Nik Turner – Sassofono, flauto, oboe, voce
- Simon King - Batteria, percussioni
- Del Dettmar - Sintetizzatore, tastiere
Tutto si evolve, specie le band. E sopratutto quelle degli anni ’70 che sovente si sono adattate alle mode del tempo pur cercando di mantenere intatto il format (a parte i Genesis, ma alla luce del successo che ebbero dopo il ’75 sarebbe davvero dura dare loro torto….).
Gli Hawkwind nel 1974 si rendono semplicemente conto che è ora di avvicinarsi maggiormente al prog e inserire qualche nuovo strumento. Per loro e nostra fortuna lo fanno inserendo nel line-up un campionissimo per quanto magari non famosissimo alle nostre latitudini. Signore e signori, fa il suo ingresso in scena Simon House.
Ex High Tide (magari in futuro parleremo anche di loro), violinista, tastierista e splendido interprete del mellotron. Per la nota House rimane con gli Hawkwind fino al 1978. A quel punto lascerà la band perchè invitato a unirsi al tour di David Bowie. Non male.
Ovviamente l’impatto del nuovo arrivato si fa sentire praticamente già dalle prime note e così Hall of a Mountain Grill si presenta come un disco più vicino al progressive. dalle sonorità più leggere, aperte e talvolta eleganti pur senza comportare alcun vero snaturamento nel sound complessivo degli “Sbandati di Ladbroke Grove”. In sostanza è un album più ricco di sfaccettature e dettagli e con un maggiore variazione tematica.
I momenti di interesse vanno dalla prima all'ultima nota passando per brani memorabili come “Wind of Change” (House con un mellotron fa cose fantastiche), l’iconica “Lost Johnny” (scritta da Lemmy) o le potenti “Psychedelic Warlords” e “You'd Better Believe It". In generale il gruppo è in forma smagliante e ispiratissimo. Cosa di cui si accorge anche il pubblico che farà di quest’album un altro grande successo commerciale.
E più aumenta il successo più aumentano le ambizioni.
Warriors on the Edge of Time (1975)-
(Trovo che questa copertina sia stupenda)
Line-up:
- Michael Moorcock - voce in "The Wizard Blew His Horn" e "Warriors"
- Dave Brock - Chitarra, sintetizzatore, voce
- Nik Turner - Sassofono, flauto, voce
- Lemmy Kilmister - Basso, voce
- Simon House - Violino
- Simon King - Batteria
- Alan Powell - Batteria (si ci sono due batteristi e siamo nel periodo del “Drum Empire”)
Ed eccoci al monumento prog degli Hawkwind, album che si contende con Doremi Fasol Latido e Space Ritual il ruolo di miglior disco della loro carriera
Ed è un’opera ispiratissima tratta dalle opere di Michael Moorcock (la saga del Campione Eterno) e realizzata in collaborazione con lo stesso scrittore che presta pure la sua voce ad alcuni passaggi narrativi.
Il disco inizia già dalla leggenda, ossia con una suite divisa in due parti in cui assistiamo ad uno dei migliori utilizzi di sempre del mellotron. Non è una esagerazione: il livello di epicità raggiunto in “The Golden Void” è semplicemente fuori scala.
Il primo episodio però non è neppure il migliore di tutto il disco. Ciò che segue infatti è spettacolare. Si va dal perfetto sottofondo fantasy di “Opa-Loka”, all'etereo spettacolo quasi ambient di “The Demented Man” in cui una chitarra acustica e la calda voce di Dave Brock duettano con il canto dei gabbiani in lontananza e con un sottofondo di synth e mellotron a trasmettere a le “solite” sensazioni cosmiche (al punto da chiedersi da quale pianeta vengano quei gabbiani).
E poi arriva la bomba. “Magnu”. Suoni lisergici e orientaleggianti, dominati da un encomiabile ricamo di sassofono e da un violino semplicemente demoniaco. Simon House fa qui, infatti, un lavoro clamoroso dominando in buona parte il brano e ammaliando l’ascoltatore con una nenia infernale. Spettacolo puro.
Non è finita. C’è ancora spazio per l’interessante “Spiral Galaxy 28948” (composta dallo stesso House) e le riuscitissime “Dyng Seas“ e “King of Speed”.
L’album andrà benone, arrampicandosi fino al posto n°13 della classifica.
Ma purtroppo la storia sta per cambiare. C’è ancora tempo per un singolo composto da Lemmy e che prende il profetico nome di “Motorhead” (da lui scritto in una notte a base di speed) e poi arriva il primo crack. Fermato per questioni di droga al confine canadese (ma la storia è stata raccontata in molti modi diversi….tutti però parlando di droga) Lemmy salta una lunga serie di concerti. Poi viene rilasciato su cauzione, pagata dalla stessa band, per finire il tour. Alla fine del tour verrà licenziato.
È l’inizio del disgregamento.
Coronato da una copertina di rara bruttezza Astounding Sound, Amazing Music, primo album con Bob Calvert nel ruolo di nuovo frontman a tempo pieno, viene pubblicato nel 1976 ed è, senza girarci attorno, un mezzo disastro sia in termini di classifica che di qualità. Turner e Brock sono ai ferri corti, Calvert non ha ancora in mano la band e lo stile è a metà tra i primi Hawkwind e quelli che verranno. Più in generale mancano i veri motivi di interesse e l’album si perde in una serie di superflui passaggi strumentali. Gradevoli, ma non particolarmente interessanti.
Ciliegina sulla torta: al termine delle registrazione Nik Turner viene licenziato a causa dei rapporti tesi con il resto del gruppo. #Ciaone!
Quark Strangeness and Charm (1977)
Line-up:
- Robert Calvert - voce
- Dave Brock - Chitarra, sintetizzatore, voce
- Simon House - Violino, tastiere
- Adrian Shaw - Basso
- Simon King - Batteria
“Mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso”.
Se il fallimento del disco precedente e il siluramento di Lemmy e Turner poteva dare l’impressione di una band in declino tocca alla successiva hit “Back on the Street”(pop-rock al 100%) e al disco successivo porre rimedio alla situazione.
Nel 1977 gli Hawkwind sono un gruppo normale, con una formazione numericamente stabile e meno momenti di delirio acido. Il line-up ridotto comporta inoltre una semplificazione del suono, con maggior spazio per House, oramai migliore strumentista del complesso per distanza. Riescono inoltre ad agganciare con una certa facilità le nuove tendenze punk (di cui sono stati precursori) e il nuovo pubblico fatto dai giovani incazzati del tempo (giovani che proveranno genuina simpatia per una band di anti-divi e sbandati portatori di una musica più vicina alla selvaggia irruenza del rock delle origini).
Quark, Strangeness and Charm è l’ultimo grande disco del gruppo. Non l’ultimo bel disco, ma l’ultimo che meriti un posto nella storia del rock. Quasi tutte le tracce sono scritte da Calvert, pensate per rendere dal vivo e per essere più orecchiabili che sperimentali. Di certo c’è da dire che funziona tutto alla grande.
I migliori brani sono “Hassan-I-Sabbah” (chiaro richiamo a Magnu), “Damnation Alley” (dove House regala un delizioso passaggio di violino) e la struggente “Fable of a Failed Race”. C’è anche tempo per l’incalzante “The Days of the Underground” e alcune interessantissime strumentali (“The Forge of Vulcan” tra tutte).
Sembra l’inizio di una seconda epoca d’oro. Sembra. Perché la sfiga ci vede sempre benissimo.
Tra il ’77 e il ’78 i problemi di salute di Calvert si aggravano e, come si diceva, Simon House lascia per unirsi alla band di David Bowie. Il gruppo è quindi impossibilitato ad organizzare un tour (ci sono anche questioni legate all'utilizzo del nome Hawkwind) e mette in naftalina il disco che aveva già registrato e …….
25 Years On (1978)
…con una mossa tra le più pretestuose possibili e con lo scopo (fittizio) di esplorare nuove sonorità Brock, King e Calvert mettono in piedi gli Hawklords e pubblicano 25 Years On. Tradotto: come fare ad usare un marchio senza usarlo davvero.
L’album in questione servirà alla band per cimentarsi in generi diversi e “sperimentare” nuove soluzioni. Nulla di davvero sperimentale però. Si tratta di un album dallo spirito commerciale, semplice e orecchiabile. Tutto quello che non cercherei mai in una band di questo tipo. Specie se l’unico che sembra a suo agio è il cantante.
Non mi è mai piaciuto e non sono mai stato in grado di dare un parere oggettivo a riguardo. Il che non significa che non possa essere un grande album per qualcuno, ma significa solo che anche io incontro limiti a recensire generi a me non graditi. Insomma: fatevi un’idea voi.
PXR5 (1979)
Line-up
- Robert Calvert - Voce
- Dave Brock - Chitarra, tastiere, voce
- Adrian Shaw - Basso
- Simon House - Violino, tastiere
- Simon King - Batteria
Tornando agli Hawkwind propriamente detti e pubblicano l’album l’album che nel 1978 avevano dovuto mettere in naftalina.
PXR5 è un album tanto interessante e moderno (per i tempi) quando mediamente sgradito dallo zoccolo duro dei fans. Perché sgradito? Beh sostanzialmente contiene un solo brano propriamente Space e immediatamente ascrivibile al gruppo, ossia la notevole e incalzante “Uncle Sam’s on Mars” .
Si tratta di un parere ingeneroso a fronte di un album coraggioso e perfettamente in linea con i gusti dell’epoca, Anzi: l’album dimostra come Brock e soci non fossero solo degli hippy storditi, ma anzi fossero musicisti attenti all'attualità e alla mutata sensibilità musicale. Si passa infatti dal punk duro e puro di “Death Trap”, all'incalzante progressione fantascientifica di “Robot” per finire con brani piacevoli e pop-oriented come “Jack of Shadow“ e la godibilissima “Infinity”.
A pensarci questo poteva essere il futuro del “Vento di Falco”. Una via a metà tra Space e Punk con qualche concessione al pop. Poteva. Perché Calvert è costretto a lasciare e con lui se ne va metà dell’ispirazione.
Anni 80
Acceleriamo i tempi e andiamo verso la conclusione,
Gli Hawkwind degli anni ’80 sono una band diversa e che, nel tentativo di conservare una certa fama, scarriolerà verso il metal. Ma sarà un passaggio attenuato, mai portato fino in fondo e sempre nel rispetto di quello che oramai è riconosciuto come il caratteristico “Hawks Sound”.
C’è però tempo per un altro ottimo album, ossia Levitation. Uno dei primissimi dischi registrati con tecnologia digitale. Così, per dire.
L’album beneficerà dell’ingresso in formazione di due talenti. Uno è sua Scorbutica Eccellenza Ginger Baker. L’altro è lo stralunatissimo tastierista Tim Blake (tra l’altro ex Gong).
La storia di questo album vale un romanzo. Non ci provo neanche a raccontarvelo perchè c’è già chi lo ha fatto in modo stupendo. A voi il link. Vi assicuro che merita di essere letto.
Seguiranno una infinità di altri dischi, ma di fatto gli ultimi sprazzi di interesse sono rappresentati da Sonic Attack (che però alla fine annoia dopo qualche ascolto), dal ritorno temporaneo di Nik Turner (dal 1981 al 1984, ma senza che venga registrato alcun disco) e infine da The Chronicles of the Black Sword, disco metal-oriented (come Sonic Attack) e in collaborazione ancora con Moorcock ma lontano milioni di anni luce dal fascino dei predecessori.
Il resto è per i fans accaniti e irriducibili con qualche sprazzo di qualità ogni tanto come nel caso di Alien 4 (1995). Ma, bisogna dirlo, siamo lontani dalle glorie passate.
Chiudendo
Sono passati quasi 50 anni da quando quel giovane hippy sotto acidi di nome Dave ha messo in piedi la sua band. Anni di fiabe, viaggi interstellari, sinceri omaggi ai fan e idee originali. Un’avventura che, sebbene oramai lontana dai fasti del passato, rimane meritevole di essere vissuta e onorata.
Ieri….
….come oggi
E si, Brock non ha mai smesso di divertirsi un solo minuto della sua vita.
Alla prossima!
Nessun commento:
Posta un commento