mercoledì 24 aprile 2019

Storia del Rock. Hawkwind, gli alfieri sotto acidi dello Space Rock (2/2)

Indice. Parte 2/2- Gli album
  • Hawkwind (1970);
  • In Search of Space (1971);
  • Doremi Fasol Latido (1972);
  • Space Ritual (Live, 1973);
  • Hall of a Mountain Grill (1974);
  • Warriors on the Edge of Time (1975);
  • L’epoca di Robert Calvert (1976–1979).
  • Dagli anni ’80 in poi, brevi(ssimi) cenni.
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Si diceva, nello scorso post, che avrei chiuso il giro con questa band entro un giorno. In realtà è passata una settimana, ma facciamo finta di nulla
Avvertenze: segue altro post oceanico. Oh, io sono privo del dono della sintesi.
E rieccoci quindi con la seconda parte di questa specie di monografia, quella in cui faremo una carrellata dei loro migliori album e qualche vago accenno ai lavori successivi rispetto alla loro epoca d’oro.
Hawkwind (1970)
Line up
  • Dave Brock - Chitarra, tastiere, voce
  • Nik Turner - Sassofono, flauto, voce
  • Huw Lloyd-Langton - Chitarra, voce
  • John Harrison - Basso, voce
  • Dik Mik - Sintetizzatore
  • Terry Ollis - Batteria
Il primo album della band ha due caratteristiche che vanno fatte notare.
La prima caratteristica sta nel fatto che a livello di stile questo disco fa parzialmente storia a se. In questo momento della loro storia gli Hawkwind sono ancora lontani dalla formula che avrebbe fruttato loro il successo e si possono riscontrare, abbastanza facilmente, rimandi ai Pink Floyd e alla psichedelia dei Jefferson Airplane e dei Greateful Dead. Si tratta in sostanza di un album che appartiene più al rock psichedelico (con qualche elemento folk) che non allo Space Rock.
La seconda caratteristica sta nel fatto che fu un flop di quelli considerevoli. Cosa che spinse poi il gruppo ad apportare dei cambiamenti e infine ad approdare alla formula che avrebbe regalato loro il successo negli anni a venire.
Eppure, flop o non flop, resta oggi un album piacevole a cui vale la pena di dare almeno un ascolto. Ma andiamo con ordine.
Hurry on Sundown ha l’onere di aprire il disco e altro non è che un rock lisergico arricchito da alcuni inserti vagamente country-folk. Il brano di certo non impressiona e sembra più una concessione alle mode dell’epoca, ma il suo andamento ossessivo, alternato a parti più morbide e fatto di versi ripetuti allo sfinimento ci dice già molto di quello che sarà lo stile della band e fotografa chiaramente le idee compositive di Brock.
L’album vero e proprio parte dal brano successivo, ossia da The reason is? Questa è una psichedelia oscura, assolutamente malata e profondamente Floydiana al punto da sembrare un estratto da Ummagumma.
Ma è solo un antipasto a quanto arriva con Be Yourself . Il brano, di struttura circolare, viene poderosamente aperto dalla stessa linea di batteria di A Saucerful of Secret (salvo poi uno sviluppo ovviamente differente e il piglio molto aggressivo di Ollis), tagliato a metà da un assolo “elettrico” del sax di Nik Turner (che imita qui, a modo suo, un assolo di chitarra), innalzato poi alle stelle da una chitarra prorompente il cui stile è a metà tra il primo Gilmour e Hendrix e beneficiato dal lavoro di DikMik alle tastiere.
Il brano presenta, nel finale, uno strano accordo. Un sentore a metà tra il delirio, l’ossessivo e il malato. Si tratta di un accenno a ciò che segue, ossia la mini-suite pucciata in acidi pesanti intitolata Paranoia. La fonte di ispirazione sembra ancora essere Ummagumma dei Pink Floyd. Se i Pink Floyd fossero stati TUTTI strafatti di acidi e in preda a inquietanti paranoie. Il brano può piacere o meno, ma dobbiamo ammettere che rendere meglio il concetto espresso dal titolo senza fare ricorso al cantato (qui assente) è difficile.
Capiamoci:



Bene, usciamo dal trip disturbante e passiamo alla vera perla dell’album.
Seeing it as you Really Are è senza dubbio l’episodio migliore del lotto. 10:48 minuti in cui il rock duro sposa a meraviglia la psichedelia dei Greateful Dead in una poderosa cavalcata acida dominata dagli effetti chitarristici di Dave Brock e beneficiata di un altro assolo di Lloyd-Langton (qui ancora debitore di Jimi Hendrix).
Chiude Mirror of illusion, richiamo stilistico di Hurry on Sundown e dalle tinte tendenzialmente pop. Come per il primo brano del disco risulta essere gradevole ma non indimenticabile e, cosa non trascurabile, dura forse troppo rispetto al contenuto offerto. Si fa ascoltare, ma non necessariamente conquista un posto nel cuore dell’ascoltatore.
L’album è finito. Ma nell'edizione rimasterizzata pubblicata nel 1996 troviamo quattro brani extra. Tra tutti è da notare la cover di Cymbaline. Si tratta di un riarrangiamento di ottima fattura e con il quale Brock si prende la briga di dare al brano un tono molto più morbido e caloroso. A costo di rovinarmi la nomea mi permetto di dire che trovo questa cover azzeccata e calzante almeno quanto la versione originale.
Riassumendo: non siamo di fronte ad un capolavoro, ma ci sono almeno due brani notevoli (Ber Yourself e Seeing it as you really are) e svariati motivi di interesse.
In Search Of Space (1971)
Line up:
  • Dave Brock - Chitarra, tastiere, armonica, voce
  • Nik Turner - Sassofono, flauto, voce
  • Del Dettmar - Sintetizzatore
  • Dik Mik - Sintetizzatore
  • Dave Anderson - Basso, chitarra
  • Terry Ollis - Batteria
Il primo album, come si diceva, fu un flop considerevole.
Eppure Brock e compagni non si diedero per vinti e riuscirono, tra il 1970 e il 1971, a consacrarsi davanti al grande pubblico grazie alle notevoli doti nella dimensione live. La band guadagnerà infatti una fama notevole grazie ad estenuanti esibizioni della durata di diverse ore e a numerosi spettacoli gratuiti (che rimarranno una costante anche negli anni a venire).
Tale lavoro è destinato a dare frutti e infatti gli Hawkwind riscuoteranno tale credito con la pubblicazione del loro secondo disco, al secolo “In Search of Space”, primo vero poderoso spaccato di Space Rock e, diciamolo subito, album oggettivamente di qualità e storicamente significativo.
Si parte dall'estenuante, mitico e selvaggio brano-manifesto “You Shouldn't Do That”, 15 minuti di musica quasi integralmente strumentale e strutturata su due soli accordi, poggiata su una batteria martellante e dominata da una straniante e interminabile jam session in cui sassofono e chitarre salgono di tono e si prendono il ruolo di protagonisti. Basterebbe questo brano a nobilitare l’intero disco, ma non finisce qui. Anzi.
Sullo stesso modello dell’opener arriva “Masters of the Universe”, altro grande classico della loro discografia, anch'esso dominato una jam session e attraversato da un synth che va a riprodurre il rumore dei motori di un’astronave e creando così un’atmosfera di assoluto impatto.
Impossibile poi non apprezzare le aperture sognanti di "You Know You're Only Dreaming" (altro brano quasi integralmente strumentale) e le due acustiche "We Took The Wrong Step To Go" e “Children of the Sun” (brano dalle marcate derive Sabbathiane posto a chiusura del disco).
L’album sarà inoltre coronato dal successo commerciale arrivando al 18° posto della classifica britannica e conquistando negli anni anche il Disco d’Oro.
Doremi Fasol Latido (1972)
Line up:
Dave Brock – Chitarre (acustia, elettrica, 12 corde), voce
Nik Turner – Sassofono, flauto, voce
Lemmy – Basso, chitarra acustica, voce
Dik Mik – Sintetizzatore
Del Dettmar – Sintetizzatore
Simon King - Batteria
Il tour promozionale di “In Seach of Space” fu un grande successo alla luce di tre ragioni totalmente distinte:
  1. la qualità delle esibizioni della band, capace di suonare per 4–5 ore e trasformare qualunque brano in una lunga jam;
  2. le scenografie futuristiche e al tempo innovative;
  3. Stacia, che solitamente si esibiva completamente nuda. Se suona maschilista è perchè lo è. Giova ricordare che il discorso di genere negli anni ’70 era in evoluzione all'interno di una società più sessista di quella attuale (che pure non scherza, anzi!). Va inoltre SEMPRE ricordato come il Rock nella sua forma originale fosse un genere pensato da maschi per altri maschi. Non è difficile rendersene conto. Guardate il look di Roger Daltrey e Robert Plant e leggete i testi di molti brani dell’epoca e successivi (compreso una grossa fetta di quello che sarà l’Hair Metal).
A titolo esemplificativo basta citare il leggendario concerto tenuto dalla band al The Roundhouse di Londra, occasione nella quale suoneranno quasi ininterrottamente dalle 3 di pomeriggio e fino a mezzanotte e nella quale eseguiranno dal vivo il loro più grande successo commerciale, ossia Silver Machine, singolo capace di arrampicarsi fino alla terza posizione della classifica britannica.
La band, che ha nel frattempo accolto Simon King e Lemmy, vive uno stato di grazia irripetibile e sforna di li a poco il primo album capolavoro.
“Doremi Fasol Latido” arriva quindi in uno dei momenti migliori della band e quando la stessa presenta il suo migliore line-up di sempre. Si nota. Accidenti se si nota!
L’album è un concept fantascientifico che narra di una viaggio interstellare compiuto dal popolo degli Hawkwind (un pelo autoreferenziale. ma passiamo oltre). Venne scritto da Brock in collaborazione con il “vate” Calvert e presenta una trama piena di riferimenti alla filosofia hippy.
Ma soprattutto è un album che parte fortissimo, spazzando via l’ascoltatore con la lunga e massacrante “Brainstorm”, brano aperto da un furioso mood hard-rock e completato dal solito delirio fatto di improvvisazioni di sassofono, chitarre e sintetizzatori sostenuti dal mitragliamento quasi autistico della batteria. Fa impressione notare come tale brano rispecchi al tempo stesso il concetto di Space Rock e apra la strada al Punk, genere ancora a venire ma del quale Brainstorm anticipa potenza e irruenza.
Ma non c’è solo durezza in questo disco e infatti ecco arrivare l’ancora di salvezza per l’ascoltatore più moderato. La stupenda “Space is Deep” rientra tra le migliori canzoni mai scritte dalla band. Un inizio etero accompagnato da una chitarra acustica introduce l’ascoltatore ad una dimensione più quieta ed emozionale per poi sorprenderlo con un assolo di tastiere di bellezza disarmante. Space is Deep è, tanto per essere schietti, una piccola perla da conservare con cura.



(e questo video amatoriale e NON ufficiale è bellissimo. Gli ultimi 3 minuti raccontano gli anni ’70 meglio di milioni di film e documentari)
Tocca poi a Lemmy mettersi in mostra con un poderoso giro di basso nella successiva“Lord of Light”, altro classico intramontabile della band e brano dall'approccio poderosamente metal (e quindo molto ante litteram).
Nell'altalena sonora ed emotiva di Doremi trovano spazio altre perle. È, per dire, il caso dell’acustica ”Down Through the Night", ove la chitarra degrada gradualmente verso atmosfere sempre più oscure e cupe trascinandosi dietro l’ignaro ascoltatore.
Ma nel viaggio stellare che stiamo intraprendono non c’è spazio per indugi e allora ecco che "Time We Left This World Todayspazza nuovamente via quei viaggiatori cosmici che si erano adagiati e accomodati. Questo è un brano che, ad oggi, fa assolutamente impressione. Non solo per lo stile e per l’esecuzione, ma in ragione del fatto che questo brano è stato scritto nel 1972, cosa che appare davvero straordinaria.
Time We Left This World Today è, nel mood complessivo del disco, l’equivalente di una scarica di artiglieria. Dialoghi tra sax e synth, un giro di basso semplicemente perfetto e inesauribile e una montagna di distorsioni spiazzano anche il più navigato degli appassionati di Rock.
Diavolo: questo pezzo avrei voluto scriverlo io!
Il viaggio giunge quindi alla fine ed è Lemmy ad accompagnarci, con tanto di chitarra acustica (!), nell'ultimo tratto con la breve e (volutamente) stanca The Watcher. Semplice ed evocativa e capace di lasciarti quasi un senso di scoramento addosso.
Un album bellissimo, stranissimo e unico. Per molti l’apice di tutta la loro carriera.
Commercialmente l’album va incontro ad un grande successo e si arrampica fino alla 14° posizione.
Qualche tempo dopo, il 27 luglio del 1973, la band rilascerà poi un nuovo singolo, dal titolo Urban Guerrilla scritto e cantato da Robert Calvert. Assolutamente ascrivibile alla categoria proto-punk questo singolo andrà incontro ad un iniziale successo salvo poi essere ritirato dal mercato a causa dei suoi contenuti inneggianti alla guerriglia urbana. Prima di esprimere pareri negativi riguardo alla decisione del ritiro è opportuno ricordare che quella del 1973 fu un’estate segnata dagli attentati dell’IRA a Londra.
Space Ritual (1973)
Line-up:
  • Robert Calvert – Voce
  • Dave Brock – Chitarra, voce
  • Nik Turner – Sassofono, flauto, voce
  • Lemmy - Basso, voce
  • Dik Mik - Sintetizzatore
  • Del Dettmar - Sintetizzatore
  • Simon King - Batteria
E poi venne il giorno del capolavoro.
Space Ritual è un monumentale doppio album dal vivo, impostato come un concept, intervallato da alcuni evocativi stacchi letterari recitati da Calvert (alcune poesie scritte da lui e stralci scritti da Moorcock) e senza ombra di dubbio il vero capolavoro della band.
L’album oscilla tra efferati massacri, fiumi di acciaio liquidi, sfuriate punk ante-litteram, momenti onirici, viaggi spaziali, allucinazioni da acidi, momenti toccanti e intimi, folli improvvisazioni e lunghi momenti strumentali.
Per capire il livello di questo disco basta ascoltare tre brani. La furiosissima openerBorn to Go” con il suo lunghissimo assolo di chitarra (cinque minuti!), la versione iperpotenziata di Brainstorm” e la splendida resa di Down Through the Nightche assurge qui a nuova gloria.
Space Ritual meriterebbe una recensione a parte, ma in questa occasione è sufficiente dire che si tratta di uno dei migliori live del decennio.
Commercialmente il disco va alla grande e arriva al 9° posto.
Ma prima di chiudere il discorso….


“We were born to goooooooooo!!!!!!!!!! we're never turning baaaaaaack!”
Hall of a Mountain Grill (1974)
Line-up:
  • Dave Brock – Chitarra, sintetizzatore, organo, armonica, voce
  • Lemmy - Basso, chitarra, voce
  • Simon House - Sintetizzatore, mellotron, violino
  • Nik Turner – Sassofono, flauto, oboe, voce
  • Simon King - Batteria, percussioni
  • Del Dettmar - Sintetizzatore, tastiere
Tutto si evolve, specie le band. E sopratutto quelle degli anni ’70 che sovente si sono adattate alle mode del tempo pur cercando di mantenere intatto il format (a parte i Genesis, ma alla luce del successo che ebbero dopo il ’75 sarebbe davvero dura dare loro torto….).
Gli Hawkwind nel 1974 si rendono semplicemente conto che è ora di avvicinarsi maggiormente al prog e inserire qualche nuovo strumento. Per loro e nostra fortuna lo fanno inserendo nel line-up un campionissimo per quanto magari non famosissimo alle nostre latitudini. Signore e signori, fa il suo ingresso in scena Simon House.
Ex High Tide (magari in futuro parleremo anche di loro), violinista, tastierista e splendido interprete del mellotron. Per la nota House rimane con gli Hawkwind fino al 1978. A quel punto lascerà la band perchè invitato a unirsi al tour di David Bowie. Non male.
Ovviamente l’impatto del nuovo arrivato si fa sentire praticamente già dalle prime note e così Hall of a Mountain Grill si presenta come un disco più vicino al progressive. dalle sonorità più leggere, aperte e talvolta eleganti pur senza comportare alcun vero snaturamento nel sound complessivo degli “Sbandati di Ladbroke Grove”. In sostanza è un album più ricco di sfaccettature e dettagli e con un maggiore variazione tematica.
I momenti di interesse vanno dalla prima all'ultima nota passando per brani memorabili come “Wind of Change” (House con un mellotron fa cose fantastiche), l’iconica Lost Johnny” (scritta da Lemmy) o le potenti “Psychedelic Warlords” e “You'd Better Believe It". In generale il gruppo è in forma smagliante e ispiratissimo. Cosa di cui si accorge anche il pubblico che farà di quest’album un altro grande successo commerciale.
E più aumenta il successo più aumentano le ambizioni.
Warriors on the Edge of Time (1975)-
(Trovo che questa copertina sia stupenda)
Line-up:
  • Michael Moorcock - voce in "The Wizard Blew His Horn" e "Warriors"
  • Dave Brock - Chitarra, sintetizzatore, voce
  • Nik Turner - Sassofono, flauto, voce
  • Lemmy Kilmister - Basso, voce
  • Simon House - Violino
  • Simon King - Batteria
  • Alan Powell - Batteria (si ci sono due batteristi e siamo nel periodo del “Drum Empire”)
Ed eccoci al monumento prog degli Hawkwind, album che si contende con Doremi Fasol Latido Space Ritual il ruolo di miglior disco della loro carriera
Ed è un’opera ispiratissima tratta dalle opere di Michael Moorcock (la saga del Campione Eterno) e realizzata in collaborazione con lo stesso scrittore che presta pure la sua voce ad alcuni passaggi narrativi.
Il disco inizia già dalla leggenda, ossia con una suite divisa in due parti in cui assistiamo ad uno dei migliori utilizzi di sempre del mellotron. Non è una esagerazione: il livello di epicità raggiunto in “The Golden Void” è semplicemente fuori scala.
Il primo episodio però non è neppure il migliore di tutto il disco. Ciò che segue infatti è spettacolare. Si va dal perfetto sottofondo fantasy di “Opa-Loka”, all'etereo spettacolo quasi ambient di “The Demented Man” in cui una chitarra acustica e la calda voce di Dave Brock duettano con il canto dei gabbiani in lontananza e con un sottofondo di synth e mellotron a trasmettere a le “solite” sensazioni cosmiche (al punto da chiedersi da quale pianeta vengano quei gabbiani).
E poi arriva la bomba. “Magnu”. Suoni lisergici e orientaleggianti, dominati da un encomiabile ricamo di sassofono e da un violino semplicemente demoniaco. Simon House fa qui, infatti, un lavoro clamoroso dominando in buona parte il brano e ammaliando l’ascoltatore con una nenia infernale. Spettacolo puro.
Non è finita. C’è ancora spazio per l’interessante “Spiral Galaxy 28948” (composta dallo stesso House) e le riuscitissime “Dyng Seas“ e “King of Speed”.
L’album andrà benone, arrampicandosi fino al posto n°13 della classifica.
Ma purtroppo la storia sta per cambiare. C’è ancora tempo per un singolo composto da Lemmy e che prende il profetico nome di “Motorhead” (da lui scritto in una notte a base di speed) e poi arriva il primo crack. Fermato per questioni di droga al confine canadese (ma la storia è stata raccontata in molti modi diversi….tutti però parlando di droga) Lemmy salta una lunga serie di concerti. Poi viene rilasciato su cauzione, pagata dalla stessa band, per finire il tour. Alla fine del tour verrà licenziato.
È l’inizio del disgregamento.
Coronato da una copertina di rara bruttezza Astounding Sound, Amazing Music, primo album con Bob Calvert nel ruolo di nuovo frontman a tempo pieno, viene pubblicato nel 1976 ed è, senza girarci attorno, un mezzo disastro sia in termini di classifica che di qualità. Turner e Brock sono ai ferri corti, Calvert non ha ancora in mano la band e lo stile è a metà tra i primi Hawkwind e quelli che verranno. Più in generale mancano i veri motivi di interesse e l’album si perde in una serie di superflui passaggi strumentali. Gradevoli, ma non particolarmente interessanti.
Ciliegina sulla torta: al termine delle registrazione Nik Turner viene licenziato a causa dei rapporti tesi con il resto del gruppo. #Ciaone!
Quark Strangeness and Charm (1977)
Line-up:
  • Robert Calvert - voce
  • Dave Brock - Chitarra, sintetizzatore, voce
  • Simon House - Violino, tastiere
  • Adrian Shaw - Basso
  • Simon King - Batteria
“Mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso”.
Se il fallimento del disco precedente e il siluramento di Lemmy e Turner poteva dare l’impressione di una band in declino tocca alla successiva hit “Back on the Street”(pop-rock al 100%) e al disco successivo porre rimedio alla situazione.
Nel 1977 gli Hawkwind sono un gruppo normale, con una formazione numericamente stabile e meno momenti di delirio acido. Il line-up ridotto comporta inoltre una semplificazione del suono, con maggior spazio per House, oramai migliore strumentista del complesso per distanza. Riescono inoltre ad agganciare con una certa facilità le nuove tendenze punk (di cui sono stati precursori) e il nuovo pubblico fatto dai giovani incazzati del tempo (giovani che proveranno genuina simpatia per una band di anti-divi e sbandati portatori di una musica più vicina alla selvaggia irruenza del rock delle origini).
Quark, Strangeness and Charm è l’ultimo grande disco del gruppo. Non l’ultimo bel disco, ma l’ultimo che meriti un posto nella storia del rock. Quasi tutte le tracce sono scritte da Calvert, pensate per rendere dal vivo e per essere più orecchiabili che sperimentali. Di certo c’è da dire che funziona tutto alla grande.
I migliori brani sono “Hassan-I-Sabbah” (chiaro richiamo a Magnu), “Damnation Alley” (dove House regala un delizioso passaggio di violino) e la struggente “Fable of a Failed Race”. C’è anche tempo per l’incalzante “The Days of the Underground” e alcune interessantissime strumentali (“The Forge of Vulcan” tra tutte).
Sembra l’inizio di una seconda epoca d’oro. Sembra. Perché la sfiga ci vede sempre benissimo.
Tra il ’77 e il ’78 i problemi di salute di Calvert si aggravano e, come si diceva, Simon House lascia per unirsi alla band di David Bowie. Il gruppo è quindi impossibilitato ad organizzare un tour (ci sono anche questioni legate all'utilizzo del nome Hawkwind) e mette in naftalina il disco che aveva già registrato e …….
25 Years On (1978)
…con una mossa tra le più pretestuose possibili e con lo scopo (fittizio) di esplorare nuove sonorità Brock, King e Calvert mettono in piedi gli Hawklords e pubblicano 25 Years On. Tradotto: come fare ad usare un marchio senza usarlo davvero.
L’album in questione servirà alla band per cimentarsi in generi diversi e “sperimentare” nuove soluzioni. Nulla di davvero sperimentale però. Si tratta di un album dallo spirito commerciale, semplice e orecchiabile. Tutto quello che non cercherei mai in una band di questo tipo. Specie se l’unico che sembra a suo agio è il cantante.
Non mi è mai piaciuto e non sono mai stato in grado di dare un parere oggettivo a riguardo. Il che non significa che non possa essere un grande album per qualcuno, ma significa solo che anche io incontro limiti a recensire generi a me non graditi. Insomma: fatevi un’idea voi.
PXR5 (1979)
Line-up
  • Robert Calvert - Voce
  • Dave Brock - Chitarra, tastiere, voce
  • Adrian Shaw - Basso
  • Simon House - Violino, tastiere
  • Simon King - Batteria
Tornando agli Hawkwind propriamente detti e pubblicano l’album l’album che nel 1978 avevano dovuto mettere in naftalina.
PXR5 è un album tanto interessante e moderno (per i tempi) quando mediamente sgradito dallo zoccolo duro dei fans. Perché sgradito? Beh sostanzialmente contiene un solo brano propriamente Space e immediatamente ascrivibile al gruppo, ossia la notevole e incalzante “Uncle Sam’s on Mars” .
Si tratta di un parere ingeneroso a fronte di un album coraggioso e perfettamente in linea con i gusti dell’epoca, Anzi: l’album dimostra come Brock e soci non fossero solo degli hippy storditi, ma anzi fossero musicisti attenti all'attualità e alla mutata sensibilità musicale. Si passa infatti dal punk duro e puro di Death Trap”, all'incalzante progressione fantascientifica di “Robot” per finire con brani piacevoli e pop-oriented come Jack of Shadow e la godibilissima Infinity”.
A pensarci questo poteva essere il futuro del “Vento di Falco”. Una via a metà tra Space e Punk con qualche concessione al pop. Poteva. Perché Calvert è costretto a lasciare e con lui se ne va metà dell’ispirazione.
Anni 80
Acceleriamo i tempi e andiamo verso la conclusione,
Gli Hawkwind degli anni ’80 sono una band diversa e che, nel tentativo di conservare una certa fama, scarriolerà verso il metal. Ma sarà un passaggio attenuato, mai portato fino in fondo e sempre nel rispetto di quello che oramai è riconosciuto come il caratteristico “Hawks Sound”.
C’è però tempo per un altro ottimo album, ossia Levitation. Uno dei primissimi dischi registrati con tecnologia digitale. Così, per dire.
L’album beneficerà dell’ingresso in formazione di due talenti. Uno è sua Scorbutica Eccellenza Ginger Baker. L’altro è lo stralunatissimo tastierista Tim Blake (tra l’altro ex Gong).
La storia di questo album vale un romanzo. Non ci provo neanche a raccontarvelo perchè c’è già chi lo ha fatto in modo stupendo. A voi il link. Vi assicuro che merita di essere letto.
Seguiranno una infinità di altri dischi, ma di fatto gli ultimi sprazzi di interesse sono rappresentati da Sonic Attack (che però alla fine annoia dopo qualche ascolto), dal ritorno temporaneo di Nik Turner (dal 1981 al 1984, ma senza che venga registrato alcun disco) e infine da The Chronicles of the Black Sword, disco metal-oriented (come Sonic Attack) e in collaborazione ancora con Moorcock ma lontano milioni di anni luce dal fascino dei predecessori.
Il resto è per i fans accaniti e irriducibili con qualche sprazzo di qualità ogni tanto come nel caso di Alien 4 (1995). Ma, bisogna dirlo, siamo lontani dalle glorie passate.
Chiudendo
Sono passati quasi 50 anni da quando quel giovane hippy sotto acidi di nome Dave ha messo in piedi la sua band. Anni di fiabe, viaggi interstellari, sinceri omaggi ai fan e idee originali. Un’avventura che, sebbene oramai lontana dai fasti del passato, rimane meritevole di essere vissuta e onorata.
Ieri….
….come oggi
E si, Brock non ha mai smesso di divertirsi un solo minuto della sua vita.
Alla prossima!

giovedì 18 ottobre 2018

Storia del Rock. Hawkwind, gli alfieri sotto acidi dello Space Rock (1/2).

C’era una volta, tra spazio e tempo.
Gli anni ‘70. Gli acidi. Un genere di nicchia, ma non troppo. Un hippy coi baffoni, un sassofonista con problemi di intestino, Lemmy che fa conoscenze da un pusher e suona la chitarra, una comparsa di un film di Peter Jackson che armeggia cose che emettono suoni, un poeta pazzo, l’autore di Elric di Melnibonè e una ballerina alta due metri. Gente che scompare nel nulla quando va a fare passeggiate nei boschi, gente che riappare, gente che suona nuda colpendosi i gioielli di famiglia. In generale gente strana e spesso strafatta.
Ok, meglio se partiamo dall’inizio e andiamo con ordine.

L’inizio. Appunto.
Era nato come post singolo, da scrivere velocemente, trenta righe leggere e facete prima di occuparsi di altri gruppi storici (stavo vagamente pensando ad un secondo post dedicato a qualcuno di DAVVERO famoso), ma sono dannatamente logorroico, per cui le cose vanno sempre per le lunghe. Domani (o dopodomani, o prima o poi) pubblico la seconda parte dedicata agli album meritevoli, promesso. Le parti sono queste:
Indice. Parte 1/2
  • Intro, di chi parliamo;
  • Perché parlare di loro;
  • Definizione di Space Rock (quello degli anni ‘70);
  • Qualche biografia in leggerezza.
Indice. Parte 2/2- Gli album
  • Hawkwind (1970);
  • In Search of Space (1971);
  • Doremi Fasol Latido (1972);
  • Space Ritual (Live, 1973);
  • Hall of a Mountain Grill (1974);
  • Warriors on the Edge of Time (1975);
  • L’epoca di Robert Calvert (1976–1979).
  • Dagli anni ’80 in poi, brevi(ssimi) cenni. Brevi davvero, eh!

Di chi parliamo
Quella degli Hawkwind è la storia di una band un po’ particolare, figlia della sua epoca e delle mode del tempo e che arrivò al successo nella prima metà degli anni ‘70.
Circa.
Perché si perse un attimo prima della vera gloria (aka: prima dei soldi veri e dell’immortalità) a causa di troppi cambi nella formazione, l’assenza di rimpiazzi di livello e una ricerca costante e mai del tutto soddisfacente di soluzioni moderne per rimanere al passo con gli anni. Un fisiologico declino di popolarità e rilevanza tipico di chi ha creato le sue fortune negli anni ’70 trovandosi poi spiazzato nel decennio successivo e che li ha consegnati oggi all'adorazione di una nicchia di fan integralisti e alla parziale scomparsa dalla scena internazionale (fatte salve altre piccole nicchie sparse qua e la e qualche rara puntata concertistica fuori dalla terra di Albione).
Da un punto di vista sostanziale il tutto è abbastanza sensato. In fin dei conti non pubblicano un grande album dal 1977. E va detto che l’ultimo lavoro sinceramente interessante è datato 1980 (con l’album intitolato “Levitation”, ma in quel line-up erano presenti tra le cose Giger Baker e Tim Blake…).
Però. Il però deriva dal fatto che vale la pena di parlarne. Perché? Beh vediamo.
Perchè parlare di loro
Per varie ragioni, tipo:
  1. adoro i loro primi album (la parte centrale di “Hawkwind”, “In Search Of Space”, “Doremi Fasol Latido”, “Hall of a Mountain Grill”, “Warriors on the Edge of Time” e “Quark, Strangeness and Charm”);
  2. hanno partorito uno dei migliori live degli anni ‘70. Un monumentale doppio album intitolato “Space Ritual”, ascolto grosso modo obbligato per qualunque appassionato di rock (pesante, perchè nei live picchiavano come fabbri);
  3. Nella band hanno militato alcune figure oggettivamente leggendarie dell’underground britannico. Nello specifico il sassofonista Nik Turner, il violinista e tastierista Simon House e un personaggio molto strano ed eclettico che di nome faceva Bob Calvert (poeta della band, autore di testi e poi frontman dal 1976 al 1979). Poi una leggenda assoluta come Lemmy. E per non farsi mancare niente hanno collaborato pure frequentemente con Michael Moorcock.
  4. Sono tra i capiscuola dello Space rock. O perlomeno sono la band più famosa associabile a questo genere (che è un sottogenere del progressive, ma con tutti i distinguo del caso);
  5. Sono stati autori di alcuni album prog anomali e avulsi dal contesto dell’epoca (più facili, aspri, aggressivi e meno tecnici, ma con un sound molto più potente e fruibile. Per capire basta ascoltare Warriors on the Edge of Time);
  6. Sono artefici di un raro esempio di sound rock anni ’70 che non sia derivato dal blues. L’ Hard Rock (e non l’Heavy Blues) infatti era la matrice da cui partiva il loro sound, declinato poi verso lidi psichedelici e sperimentazioni associabili al prog;Sono ancora in attività e gli ultimi due album (che non ho mai ascoltato, lo ammetto) hanno pure ottenuto un discreto successo commerciale (29° e 24° posto della chart britannica). Sono quindi, come si diceva sopra, ancora attivi e hanno ancora un pubblico molto fedele. Oserei direi che i loro fan (tra i quali i terribili Hawknerds, maestri del flame ingrato) rappresentano uno dei gruppi più inossidabili e fedeli del rock. Merito anche di Brock che non ha mai esitato ad esibirsi gratis e a rilasciare montagne di materiale inedito e vagonate di album live (o addirittura era contattabile dai fan per richieste specifiche….tipo queste) . Magari non proprio di qualità eccelsa, ma per un fan accanito è del tutto ininfluente;
  7. Sono ancora in attività e gli ultimi due album (che non ho mai ascoltato, lo ammetto) hanno pure ottenuto un discreto successo commerciale (29° e 24° posto della chart britannica). Sono quindi, come si diceva sopra, ancora attivi e hanno ancora un pubblico molto fedele. Oserei direi che i loro fan (tra i quali i terribili Hawknerds, ,maestri del flame ingrato ) rappresentano uno dei gruppi più inossidabili e fedeli del rock. Merito anche di Brock che non ha mai esitato ad esibirsi gratis e a rilasciare montagne di materiale inedito e vagonate di album live (o addirittura era contattabile dai fan per richieste specifiche….tipo queste) . Magari non proprio di qualità eccelsa, ma per un fan accanito è del tutto ininfluente;
  8. Hanno prodotto una mole sterminata di dischi. Quelli ufficiali sono 30. Contando i live, le raccolte, i box set e le edizioni speciali l’ammontare delle loro pubblicazioni raggiunge numeri ancora più ragguardevoli. Qui ne trovare una lista abbastanza precisa. Se proprio volete andare nel dettaglio potete guardare anche questa lista;
  9. Hanno influenzato, più o meno direttamente una montagna di gruppi successivi. Tipo: Kyuss, Monster Magnet, Slowdive, My Bloody Valentine (ah…credo di avere ancora una cotta per Bilinda Butcher….), Year of the Rabbit, Cave In, Sun Dial, Hum, Orange Goblin, Spacemen 3 (“The Perfect Prescription” e “Playing with Fire” sono due album che vanno ascoltati) e in anni più recenti Space Invaders, Mountain Dust, Astrodome, Gorilla Pulp, Samsara Blues Experiment, Naxatras, Mantra Machine, Yuri Gagarin, The Spacelords e Vespero. Se non ne conoscete neppure una sappiate che non avete motivo di sentirvi in difetto.
  10. In aggiunta a quanto sopra va ricordato che hanno influenzato pure la scena punk. Quando parlavo di sonorità dure, talvolta grezze e sparate a mille non lo facevo per caso. La cosa piaceva anche a molti di quei giovani che odiavano i Pink Floyd, i Genesis e tutto il prog e art-rock dell’epoca. La critica ha a lungo scordato questo particolare. In compenso Johnny Rotten non se ne è mai dimenticato:

(qui, per dire, i Sex Pistols eseguono una cover di Silver Machine degli Hawkwind. Lo hanno fatto molto spesso).

E poi c’è il vero motivo per cui mi è venuta voglia di parlare di loro. Qualche tempo fasi è spento, all’età di 74 anni, DikMik, un pioniere dell’elettronicaÈ stata quella notizia a riportarmi alla mente questa band.
Definizione di Space Rock. Approssimativa.
Lo Space Rock propriamente detto nasce tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ‘70 in Inghilterra e da li andrà diffondendosi ottenendo un buonissimo successo in giro per il mondo. Inutile dire che il genere trovò terreno fertile anche alla luce dei fatti di cronaca del tempo. Siamo, giova ricordarlo, negli anni delle prime esplorazioni spaziali e della conquista della Luna.
(in quegli anni succedevano cose di questo tipo)
Stilisticamente è molto incerto da definire. Nel nostro caso ci limiteremo a dire che è un sottogenere del Progressive Rock e che contiene tutte le caratteristiche ad esso associabili (lunghe composizioni, assenza di schemi fissi, cambi di ritmo improvvisi, una certa passione per i concept album e il ricorso ad una strumentistica diversa, in quanto più vasta, da quella classica del rock. E, ovviamente, un certo amore per le distorsioni, i riverberi e il feedback). Questo sottogenere, inoltre, deve il suo nome alla naturale ricerca di atmosfere cosmiche e spaziali e al ricorso a testi marcatamente fantascientifici. Un esempio semplice lo trovate qui.

Nel caso degli Hawkwind vanno però fatti alcuni ulteriori distinguo rispetto a queste nozioni di base. Gli “sbandati di Ladbroke Grove” infatti rigettano in ogni modo il ricorso a quel manierismo che spesso caratterizza il Prog. I “nostri” infatti non si sono dedicati particolarmente alla ricerca tecnica preferendo semmai un approccio molto più immediato, ruvido e ….punk.
Traduco quello che ho appena scritto: se la parola “progressive rock” vi ha fatto venire in mente gruppi eleganti e ricercati come Gentle Giant e Yes sappiate che siete totalmente fuori strada. Gli Hawkwind suonavano avvolti dalle tenebre e ricorrevano a sonorità potenti, ossessivamente ripetute e semplici, pestando molto sull'acceleratore e lasciando i virtuosismi ad altri. Traduco ancora:

(Silver Machine, ossia il loro più grande successo commerciale. E qui si capisce cosa intendo con ritmi semplici, musica pesante e impatto immediato)
Altro particolare caratteristico è il fatto che il risultato finale non sia mai frutto di un lavoro di delicato cesello (quelli sono i Genesis) o di raffinato incastro (e questi sono i Jethro Tull di “A Passion Play”), ma di un affastellamento di suoni diversi che danno sempre l’impressione di ballare sull’orlo del caos senza mai però commettere l’errore di cadere nel baratro della cacofonia. Al tempo stesso si nota anche una marcata differenza da altri generi parzialmente affini: mancano infatti, almeno fino al 1976, le due figure tipiche del Rock di quegli anni, ossia il frontman di ruolo e il guitar hero(che in realtà mancherà ancora fino al 1980).
Ok, entriamo nel dettaglio.
Come è iniziata questa storia?
Gli Hawkwind nacquero per iniziativa di un chitarrista hippy originario di Isleworth di nome Dave Brock.
Siamo nel 1969. In quell'anno Dave è, cosa piuttosto comune al tempo, un artista di strada che fa su e giù per Notting Hill cercando di sbarcare il lunario affidandosi alla sua chitarra e alla musica.
Alla passione per la chitarra Brock unisce quelle per la fantascienza e il fantasy, generi che occupano la sua libreria e che rientreranno prepotentemente nei suoi testi.
Dato poi che siamo nel 1969 va detto che il buon Dave coltiva anche una discreta passione per gli acidi.
Questa giovane testa acida incontra poi un bassista, John Harrison, al quale in breve si aggiunge il diciassettenne batterista Terry Ollis . A questi tre elementi si unisce poi il sassofonista Nik Turner e il “tastierista” (circa..è un po’ riduttivo) Dick Mik. Nascono così i Group X, che diventeranno poi gli Hawkwind Zoo e infine semplicemente Hawkwind. La band inizia quindi ad esibirsi nei locali e da li arriverà in breve a registrare il primo album.
Hawkwind. Si, ma il nome da dove viene? Ecco bravi, ottima domanda. Le versioni sono due:
  1. deriva da un’opera di Michael Moorcock. In pratica “Hawkwind” deriverebbe dal nome del Duca Dorian Hawkmoon, personaggio della saga letteraria del “Campione Eterno”;
  2. la seconda versione invece sembra essere quella vera. Nik Turner, il frontman a cui si accennava sopra, ha due abitudini che risultano fastidiose ai colleghi; si schiarisce spesso la gola ed è molto….flatulento. Per cui riceve un soprannome Hawk (per il verso che emette schiarendosi la voce) e Wind (per l’altra ragione… non in onore alla compagnia telefonica…).
Ma, in sostanza, da chi era composto il gruppo? Da un sacco di persone. Talmente tante che negli anni ’70 non era proprio chiaro quale fosse il line-up vero e ufficiale. Capiamoci: pur avendo un elenco preciso di musicisti che ne facevano parte va detto che l'idea di "line-up stabile" non ha mai attecchito nella testa del leader della band, ossia quel Dave Brock che abbiamo appena citato.
Le cose infatti funzionavano in modo molto “libero”. Come ricorda Lemmy nella sua biografia (La Sottile Linea Bianca, capitolo dedicato alla sua esperienza con la band)capitava che il lunedì si trovassero a suonare in 9, il martedì in 5, mercoledì ancora 9, poi la sera successiva in 7 e via dicendo. O per usare le sue sempre sagge parole “non si capiva mai chi facesse parte della fottuta band”.
Qualche elemento fisso però c'era e vediamo di parlare di loro brevemente.
Dave Brock - Il Leader. E il perizoma.
Compositore principale, leader quasi indiscusso fino al 1976 e poi indiscusso e basta dal 1977 in avanti, amante degli acidi, dell’erba e figlio della natura.
Fermi, che devo spiegare cosa voglia dire Figlio della Natura.
Il signore, quello in foto qua sopra, negli anni '70 sembra avere una certa predisposizione per i viaggi mistici.
Non in India però.
Semmai nel Devonshire. Aulica campagna britannica nota per la caccia alla volpe (ma il discorso della caccia alla volpe me lo sono appena inventato perchè suonava bene e basta), ottima per pic-nic e viaggi rilassanti, meno per la trascendenza. Il tutto peraltro si sostanzia nell'immagine di Dave Brock “vestito” di solo perizoma che vaga per la campagna inglese con un bastone a fare cose. Grazie ancora a Lemmy per la testimonianza…
Per inciso è un chitarrista ritmico e tutt'altro che indimenticabile , cantante (a volte come back vocalist, altre al posto di Turner) e autore principale dei brani.
Oggi è un arzillo signore che fa ancora lo stesso mestiere e si diverte palesemente un mondo.
Nik Turner - La dove vola il….vento…di falco
Elemento più anziano della band, membro originario del nucleo storico nonché, forse, vero depositario del nome della band come si diceva prima. E attualmente trattato dai fan della band al pari di un appestato (ah…la gratitudine..).
Nik fa due cose: è il frontman (quindi canta), e il fiatista (suona sax, flauto e in qualche occasione anche clarinetto e oboe) . Di più: è una delle ragioni principali del particolare sound della band grazie all'uso continuo della distorsione portata ai limiti estremi e fino a rendere quasi irriconoscibile il suono dello strumento usato e generando un effetto a metà tra l’etereo e l’allucinato.
Per inciso neanche qui stiamo parlando di un virtuoso. E lo stesso Turner non si è mai fatto illusioni sulle sue doti, al punto da dire quanto segue:
"it's the overall feel rather than the individual parts of the music that we're interested in. I don't have any illusions about my technical ability. I tend to use it as an electronic medium rather than an instrument".
(Se ascoltate Be Yourself noterete che l’assolo di Sax è piuttosto strano. Nel senso che sembra un assolo di chitarra suonato per diletto su un sassofono. Nulla di sconvolgente, ma fa un effetto strano).
Resta nella band fino al 1976, poi litiga con Brock e colleghi e leva tende. Nel senso che lo licenziano. Torna nel 1981, litiga ancora e nel 1984 saluta per sempre. Nel senso che lo licenziano per la seconda volta. Vatti a fidare degli amici…
Fonderà anche una sua band e darà vita ad una seconda incarnazione degli Hawkwind con molti ex-compagni degli anni ‘70. Già.....solo che quando lo fa gli Hawkwind di Dave Brock esistono ancora e suonano lo stesso repertorio. Ecco, capite da voi che i due oggi non si amano molto.
Peccato perchè senza di lui gli Hawkwind non saranno davvero mai più gli stessi. MAI.
La sua carriera è ugualmente continuata fino ad oggi e ha mantenuto intatta la sua aurea di leggenda nell’underground. Di più: la sua produzione musicale recente è stata di buonissimo livello (a differenza di quella della sua ex band).
Per dire…Space Fusion Odissey e Space Gipsy si lasciano ascoltare volentieri. Se vi piace il genere, ovvio.
Huw Lloyd-Langton - Colui che scomparve…no, non in quel senso…
Per quel che interessa a noi Huw è una meteora. Nel senso che lascerà la band già nel 1971 (ma invero già prima aveva dato buca), salvo farci ritorno nel 1979. Ma potrei non raccontarvi la sua storia? No, ovvio.
È un chitarrista dotato di talento e buon gusto e la sua presenza nel primo album fa tutta la differenza del mondo in termini di compostezza. Tuttavia sarà solo col suo abbandono che il gruppo darà vita a quella miscela musicale che li renderà famosi. Persa la sua grande chitarra solista infatti Brock&Turner decidono di non sostituirlo, ma di compensare la sua perdita ricorrendo a qualsiasi altro strumento passasse loro per la testa.
I suoi assoli saranno infatti rimpiazzati dai viaggi del sax di Turner, dagli effetti audio di Del Dettmar e DikMik e più tardi dal violino indemoniato e maledetto di Simon House.
La chitarra di Huw sarà poi uno dei pochi elementi da salvare di ciò che produrrà la band negli anni '80. In caso vedremo anche quegli album. Se trovo il coraggio di riascoltare Sonic Attack e Choose Your Masques (no dai, non ne avrò mai il coraggio…).
Perchè parlare di Lloyd-Langton allora? Beh....per la ragione per cui lasciò la band la prima volta. Ok. Parliamone.
Isola di Wight, 1970.
Evento a dir poco memorabile.
Ci sono anche gli Hawkwind. Solo che non dovrebbero esserci perchè NESSUNO li ha invitati. A loro frega zero e passeranno tre giorni a suonare abusivamente e continuativamente fuori dai cancelli dell'evento. Capita che durante una pausaHuw si faccia prendere dall'idea di spararsi 8 tavolette 8 di acidi. Ripeto: OTTO. Segue la leggenda. Huw si alza, avvisa che va a fare due passi e che starà via una mezzora per prendere un po’ d’aria.
Sparirà nel nulla. Per cinque anni.
Terry Ollis - un nudista alla batteria
Prima che dietro alle pelli si sedesse il dinoccolato Simon King c'era Terry Ollis. Boris (o Borealis) per gli amici. Entra nel gruppo fin da subito quando ha solo 17 anni e si dimostra un dignitosissimo batterista, dotato di una tecnica abbastanza riconoscibile e che caratterizza pesantemente il suono dei primi due album della band.
Unica piccola pecca, commercialmente parlando, era data da questa sua propensione per suonare nudo.
Laddove per nudo si intende senza uno straccio che sia uno addosso. Certo, si presentava con i mutandoni della nonna, ma tempo due brani e tutti potevano beneficiare (oddio...dipende...) delle vista del suo pene.
Spettacolo.
Lascerà la band nel 1971 a causa di problemi con il valium, sostanza che tende ad essere in contraddizione col concetto di vita attiva e dinamica. Anche qui i racconti sarebbero molti, ma meglio passare oltre.
Simon King
Sostituirà Terry Ollis dopo il secondo album e rimarrà con gli Hawkwind fino al 1980. La differenza qualitativa rispetto a Ollis è minima e il suo ingresso della band non comporterà alcun particolare cambiamento stilistico.
Efficace e affidabile ma anche caratterialmente particolare. Sarà parte della fronda che spingerà per la cacciata di Lemmy (nel 1975) e verrà a sua volta allontanato dal gruppo 5 anni dopo per problemi con l’alcool. Ammesso che sia la storia vera.
Simon King infatti ha sempre negato con fermezza di avere avuto problemi e sostiene di essersi allontanato di sua spontanea volontà. Non che ci freghi molto ad essere onesti, non è che stiamo parlando di un John Bonham o di un Neil Peart…..
Lemmy
Chi sia Lemmy lo sappiamo tutti.
Quello che forse non sapete è che arrivò agli Hawkwind come roadie e con un’esperienza pregressa da chitarrista. Anche se suonò la chitarra (acustica!) in un solo brano (peraltro l'ottima e volutamente “esausta” The Watcher. Che è ottima solo se ascoltata nel contesto del concept album del quale rappresenta la chiusura). Successe che in una normale giornata di follia Dave Anderson, il bassista in forza alla band dai tempi della registrazione del secondo album (ed ex Amon Duul II, mica sorbole), decise di darsi alla macchia facendo “ciao ciao” con la manina alla band e sparendo nel nulla. Pare che non gli piacesse suonare gratis. E neppure ai festival. E gli Hawkwind suonavano prevalentemente gratis E ai festival….
Ovviamente, da persona astutissima, Anderson se ne andò lasciando tutta la sua attrezzatura in un furgone poco prima di un concerto. Ok, ma cosa centra? Facciamo un passo indietro.
DikMik era un tizio particolare. Uno che passava le giornate a farsi anfetamina all'interno di una band che si faceva di acidi sentendosi solo per questa sua diversità. Fa vagamente ridere, lo so, ma fate finta che sia una cosa seria.
Poi arriva Lemmy, amico di DikMik e cliente dello stesso pusher e pure lui dedito alle anfetamine. È subito amore.
Ok, torniamo al nostro concerto e alla fuga di Dave Anderson.
Quando Nik Turner si rese conto che Anderson se ne era andato e avevano un buco nel line-up pensò bene di chiedere se tra i roadies li presenti ce ne fosse uno che ”sapesse suonare il basso". Lemmy, che in qualità di rodie era presente, se ne rimase muto facendo finta di nulla (ovvio, voleva fare il chitarrista!) mentre DikMik capì al volo di avere una possibilità di trovarsi con un nuovo amico di paste e indicò Lemmy additandolo come bassista.
I primi passi da bassista poi sono molto semplici grazie alle indicazioni del buon Turner.
"Fai rumore in Sol, il pezzo si chiama You Shouldn't Do That". Con queste parole Turner da il via alla carriera del futuro re dello Speed Metal. Poi, per la nota, attaccheranno un pezzo completamente diverso rispetto a quello annunciato giusto per metterlo un po’ in difficoltà.
Dal 1971 al 1975 (ossia per quattro album di cui uno live) Lemmy farà parte della band e ne caratterizzerà il lavoro grazie al suo poderoso basso immediatamente riconoscibile e alla voce già raschiata ed inconfondibile. Poi una invereconda storia di droga e confini canadesi ne porterà alla cacciata nel 1975.
Fonderà poi i Motorhead, ma questa è davvero tutta un’altra storia.
Per la nota il suo ultimo brano scritto per gli Hawkwind si chiama….Motorhead!

Dite la verità: Avreste mai associato un violino e un sax alla musica di Lemmy?
DikMik e Del Dettmar - SynthoDrugs.
DikMik
Del Dettmar
(Dettmar è quello che sembra un parente stretto del nano Gimli. Gli altri, da sinistra a destra sono Simon King, Nik Turner e Lemmy).
Cosa facevano esattamente questi due? Beh, un sacco di cose e mediamente tutte molto interessanti.
Ora, se voi foste delle persone normali per sostituire un chitarrista andreste in cerca di....un altro chitarrista.
“Persone normali”.
Dave Brock e Nik Turner hanno ovviamente idee diverse. Perso Lloyd-Langton e complice il fatto che Brock non è certo un virtuoso dello strumento, decidono di dare risalto al sax. ma pure alle percussioni, alle tastiere e al violino. E in generale a qualunque cosa passi loro per la mente. Ma prima di tutto pensano ai sintetizzatori. In sostanza: meno chitarra e più elettronica.
Nel dettaglio abbiamo quindi Del Dettmar ai sintetizzatori e DikMik al generatore audio.
Generatore audio. Fermi li perchè segue una LEGGENDA METROPOLITANA e ce la racconta Lemmy:
“La mia associazione con gli Hawkwind cominciò con DikMik, lo strumento che suonava nel gruppo era una piccola scatola con due manopole appoggiata su un tavolino chiamata Ring Modulator che in realtà era un generatore di suoni –sia alti che bassi- al di fuori del raggio uditivo umano. Con quelli perdevi l’equilibrio, cadevi e vomitavi; con i bassi te la facevi nei pantaloni. Si potevano procurare attacchi epilettici con quell’apparecchio.”
Lo stessi Lemmy però aggiunge anche che:
“Naturalmente non potevamo essere sicuri se fosse il generatore o se era perché avevamo condito tutto il cibo con l’acido prima del concerto”.
Resta da dire che senza questi due individui lo Space Rock sarebbe rimasto solo nella testa di Brock e Turner.
Uno poi finirà in galera per un po' e svernerà per qualche anno sul divano di Lemmy (DikMik), l'altro (Dettmar) andrà in Canada, costruirà una capanna di legno per lui e la fidanzata e vivrà li fino a che lei, la fidanzata, non sfornerà il figlio di un altro. Eh….
Robert Calvert
Robert, per gli amici Bob, è una figura aulica e dispiace dire che oggi non c'è più in quanto morì ancora troppo giovane nel 1988, quando aveva solo 43 anni. Causa: infarto.
Bob era pazzo.
Ma non pazzo come ci si aspetta da una rockstar.
No. Era pazzo nel senso che era instabile nel senso autentico del termine.
Era però anche il poeta del gruppo e fu uno degli storici frontman. Forse il migliore che il gruppo abbia mai avuto. Prima in modo molto saltuario, quasi come un vate (dal 1970 al 1975) e poi stabilmente dal 1976 al 1979, anno in cui lasciò definitivamente gli Hawkwind perchè le sue condizioni di salute mentale erano oramai gravemente deteriorate causa depressione. Peraltro la sua presenza terrà in vita gli Hawkwind nella seconda parte degli anni '70 e la sua voce finirà per marcare a fuoco l'ultimo grande album del gruppo, ossia Quark, Strangeness&Charm.
Farà anche in tempo a popolare la storia della band di eventi epici per livello di delirio raggiunto. Ma in questo caso, per rispetto, soprassediamo.
Stacia, il mimo e la contorsionista.
Ai musicisti si aggiungono anche altre figure di contorno.
Una è Stacia (in foto), una donna altissima (due metri circa) che di regola si dipingeva il corpo e poi ballava attorno al palco. Il fatto che ballasse completamente nuda permette di dedurre che avesse anche una discreta quantità di fan. Fan a cui, magari, degli Hawkwind non fregava assolutamente nulla.
Poi c’era Renee. Che faceva anche il mimo.
E una contorsionista.
Di nessuno dei due ho trovato una foto decente.
Si, comunque erano gli anni ’70 per davvero. Non mi sarei sorpreso se sul palco avessero avuto anche un orso ballerino e un astronauta sovietico. Per questo adoro gli anni ‘70!
Finito. Abbiamo elencato alcuni membri “della fottuta band”. Ne mancano un paio di importanti (Simon House più degli altri) e un migliaio di secondari, ma li vediamo dopo mano a mano che ha senso citarli. Ora direi che è il caso di passare ai loro album,
Si, ma con calma. Tipo domani. Datemi il tempo di ricontrollare quello che ho scritto….faccio presto, promesso!